Pillole

Cari fratelli in Cristo,

oggi desidero condividere con voi una riflessione su una realtà molto seria della vita cristiana: l’obbedienza.

Spesso questa parola viene fraintesa. A volte la si riduce a semplice esecuzione esteriore di un comando; altre volte, al contrario, la si rifiuta perché la si confonde con la perdita della propria libertà. Ma l’obbedienza cristiana è qualcosa di molto più profondo: è un atto di fede, un’offerta dell’intelligenza e della volontà a Dio, nella fiducia che la Sua volontà conduce sempre alla vita e alla salvezza.

Il modello perfetto dell’obbedienza è Cristo stesso. Nel Getsemani, davanti alla Passione ormai vicina, Egli prega il Padre dicendo: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice». In quelle parole vediamo tutta la verità della Sua umanità: Cristo non affronta la sofferenza come se fosse insensibile al dolore; Egli sente il peso della morte, dell’abbandono, dell’angoscia. Il Vangelo ci dice che sudò sangue. Eppure, proprio lì, nel momento più drammatico, Egli aggiunge: «Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà».

Qui si manifesta la forma più alta dell’obbedienza: non una fuga dalla libertà, ma la libertà portata al suo compimento; non una sottomissione servile, ma l’amore filiale del Figlio che si affida pienamente al Padre.

Di primo acchito potremmo pensare, in modo superficiale, che Cristo abbia voluto sottrarsi alla Croce. In realtà accade l’esatto contrario: proprio nel Getsemani Cristo ci mostra che l’obbedienza non consiste nel non provare fatica, paura o dolore, ma nel consegnare tutto questo a Dio, lasciando che la Sua volontà sia più grande della nostra.

Anche noi, come figli nel Figlio, siamo chiamati a vivere questa obbedienza. Sottometterci a Dio non significa annullare la nostra intelligenza, ma purificarla; non significa spegnere la nostra volontà, ma orientarla verso il bene vero.

E come impariamo concretamente questa obbedienza? La impariamo anzitutto nella preghiera, nell’ascolto della Parola, nella vita sacramentale e nella fedeltà quotidiana. Ma la impariamo anche attraverso quelle persone che il Signore pone sul nostro cammino per guidarci: pastori, confessori, padri spirituali, superiori legittimi, fratelli maturi nella fede.

Naturalmente nessuna guida umana prende il posto di Dio. L’obbedienza cristiana non è cieca, non è idolatria della persona, non è rinuncia alla coscienza. Tuttavia sarebbe illusorio dire di voler obbedire a Dio, che non vediamo, se poi rifiutiamo sistematicamente ogni mediazione concreta attraverso cui Dio può educarci, correggerci e accompagnarci.

Come possiamo dire di amare e servire il Signore invisibile, se non impariamo anche ad ascoltare, rispettare e amare coloro che Egli ci pone accanto nel cammino della salvezza?

L’obbedienza, allora, non è umiliazione sterile, ma scuola di libertà. È il luogo in cui il nostro orgoglio viene guarito, la nostra volontà viene educata e la nostra fede diventa concreta. In Cristo obbediente fino alla morte, e alla morte di Croce, scopriamo che chi si affida davvero a Dio non perde se stesso, ma viene condotto alla pienezza della vita.

Siano lodati Gesù e la Vergine Maria, Sua Madre, la Corredentrice.