Pillole

Cari fratelli in Cristo,
oggi vorrei condividere con voi una riflessione tratta dal profeta Isaia.
Sion, ferita dall’esilio e dalla devastazione, grida: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato». Dio risponde con l’immagine di una madre che non può dimenticare il figlio delle proprie viscere; ma subito va ancora oltre:

«Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani,
le tue mura sono sempre davanti a me.
I tuoi costruttori accorrono,
i tuoi distruttori e i tuoi devastatori si allontanano da te».

La traduzione italiana dice: «Ti ho disegnato». Ma l’ebraico è ancora più forte

Hen ‘al-kappàyim ḥaqqotìkh.

Il verbo ebraico richiama qualcosa che viene inciso, scolpito, impresso. Dio non dice semplicemente di aver scritto il nome di Sion, come si scrive qualcosa che può essere cancellato. Dice di averla incisa sulle palme delle proprie mani. Sion guarda le proprie mura distrutte e crede che tutto sia finito. Dio, invece, le tiene continuamente davanti a sé. Non vede soltanto le rovine presenti: vede già la città ricostruita. Il suo sguardo non si ferma alla devastazione, ma custodisce la promessa. Per noi cristiani questa immagine acquista una profondità ancora maggiore contemplando le mani trafitte di Cristo. Il Risorto porta nel proprio corpo glorioso i segni della Passione. L’uomo è inciso nelle mani di Dio non più soltanto attraverso una parola profetica, ma nel prezzo stesso della Redenzione.
E meditando queste mani divine, non possiamo non pensare alle mani del sacerdote. Nel rito tradizionale dell’ordinazione, il vescovo unge le mani unite del novello sacerdote tracciando su di esse il segno della Croce e pregando:

«Consecrare et sanctificare digneris, Domine, manus istas per istam unctionem et nostram benedictionem».
«Degnati, o Signore, di consacrare e santificare queste mani mediante questa unzione e la nostra benedizione».

Dio porta l’uomo inciso nelle proprie mani; il sacerdote, mediante l’unzione, porta nelle sue mani il segno di Dio. Quelle mani vengono consacrate perché possano benedire, assolvere, offrire il Sacrificio e custodire il Corpo di Cristo.
Qui il mistero raggiunge quasi il paradosso. Il Dio onnipotente, che sostiene l’universo, si fa piccolo nelle specie di un’ostia. Colui che nessun luogo può contenere si lascia custodire nel tabernacolo. Colui che porta ogni creatura si lascia portare dalle mani del sacerdote: all’altare, nella casa di un infermo, nella stanza di un morente. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori riassumeva questa vertiginosa dignità sacerdotale con un’espressione audace:

«Iddio ubbidisce alla mia voce».

Naturalmente Dio non perde la propria onnipotenza e il sacerdote non diventa padrone di Cristo. È Cristo stesso che, per amore, sceglie liberamente di consegnarsi alla Chiesa e di legare la propria presenza sacramentale alle parole del sacerdote.

È l’onnipotenza che decide di farsi obbedienza.
È l’immenso che decide di farsi piccolo.
È Colui che porta inciso l’uomo nelle proprie mani che accetta di essere portato dalle mani dell’uomo.
Noi siamo incisi nelle mani di Dio.
Dio si lascia custodire nelle mani del sacerdote.
E in questo incontro di mani si manifesta l’umiltà sconfinata dell’amore.