Le Grandi Domande

23/07/2026 La verità vi farà liberi

Testo di formazione cristiana di Don Denis Breda, raccolto per la lettura personale, lo studio ordinato e l’approfondimento della fede.

Le grandi domande: chi sono, da dove vengo, dove sto andando?

Prima catechesi del percorso settimanale della Compagnia Apostolica di Sant’Ignazio, appartenente all’Antica Chiesa Cattolica d’Italia e del Mondo.

Laudentur Iesus et Maria. Semper laudentur.

Fratelli amati, con questa riflessione comincia un percorso settimanale dedicato ai fondamenti della fede cristiana cattolica. Assumeremo come traccia il catechismo La verità vi farà liberi, pubblicato nella stagione postconciliare, ma non lo accoglieremo in maniera acritica. Lo leggeremo alla luce della Sacra Scrittura, della Tradizione, del Magistero cattolico e della limpida sintesi del Catechismo maggiore di san Pio X, integrandolo e correggendolo quando sarà necessario.

La nostra posizione è chiara. Il Concilio Vaticano II e, soprattutto, le successive riforme liturgiche, catechetiche e canoniche hanno prodotto una profonda cesura nella vita cattolica. Noi, pur servendoci di un linguaggio comprensibile all’uomo contemporaneo, intendiamo rimanere saldi nella dottrina e nella Tradizione ricevute. Un linguaggio nuovo può essere utile; una fede nuova non lo sarebbe.

Cominciamo, dunque, dalle grandi domande che ogni uomo porta dentro di sé: chi sono? Da dove vengo? Dove sto andando? Che cosa faccio qui? Per affrontarle dobbiamo avvicinarci al pozzo di Sicar e incontrare la donna samaritana.

Una donna, un pozzo e una sete diversa

Una donna di Samaria si reca al pozzo per attingere acqua. È mossa da una necessità concreta e quotidiana, ma proprio lì incontra Gesù di Nazaret. È il Signore ad avviare il dialogo. La donna risponde dapprima con ironia e apparente sicurezza, ma Cristo conosce il suo cuore e, parola dopo parola, fa vacillare quella sicurezza.

Gesù porta alla luce una sete diversa, nascosta nel profondo: una sete per la quale non basta l’acqua del pozzo. Mette la donna davanti alla verità della sua vita, anche davanti al suo disordine. Ella ne rimane colpita e tenta di deviare il discorso, perché non ha ancora compreso chi le stia parlando. Cristo, però, non la umilia e non l’abbandona. Le prospetta un rapporto nuovo con Dio, «in spirito e verità», e infine si rivela a lei come il Messia atteso, l’unico capace di donare l’acqua che disseta per sempre (Gv 4,5-42).

La donna lascia la brocca, corre verso la città e chiama i suoi concittadini: «Venite a vedere». Ha intuito di avere trovato ciò che, forse senza saperlo, cercava da sempre.

La Samaritana ci rappresenta. Anche noi, quando la verità ci pone davanti al disordine della nostra vita, possiamo fuggire oppure fermarci, riconoscerlo e cominciare a lavorare su noi stessi.

Ricordo un mio conoscente che era solito compiere pellegrinaggi e lunghi cammini: Santiago di Compostela, la Via Francigena e altri itinerari. Un giorno gli dissi: «È bello ciò che fai, ma permettimi una domanda: sai che, se continui a scappare da te stesso, potrai andare dovunque, ma porterai sempre te stesso con te?». Non è il fuggire dalla propria vita che cambia una persona. Occorre prendere coscienza di ciò che si è e consentire a Dio di lavorare proprio lì.

Rimase in silenzio. Non so quale effetto abbiano avuto quelle parole, ma spero che un piccolo seme sia entrato nel suo cuore.

Possiamo attraversare città, santuari e continenti; alla sera, però, rimaniamo con noi stessi. La fuga cambia il paesaggio, non necessariamente il cuore.

Quando troviamo qualcosa di prezioso

Quando la Samaritana comprende di avere trovato qualcosa di grande, corre a condividerlo. È la stessa gioia evocata da due brevi parabole di Gesù: quella del tesoro nascosto in un campo e quella della perla di grande valore (Mt 13,44-46). Sono immagini distinte, ma entrambe parlano di una scoperta davanti alla quale tutto il resto viene ricollocato al suo giusto posto.

Quando finalmente troviamo una strada, vorremmo indicarla a tutti. Questo desiderio è buono, ma non basta avere una cosa buona da comunicare: occorre comunicarla bene. Una frase ricevuta anni fa mi è rimasta scolpita nel cuore:

Il bene deve essere fatto bene.

Ciò che è stato una luce per noi non può essere imposto agli altri senza prudenza, carità e rispetto dei loro tempi. Condividere la fede è cosa santa; farlo male può trasformare un annuncio in una pressione e lasciare dietro di sé solitudine, incomprensione e ferite. La verità non ha bisogno della nostra prepotenza, ma della nostra testimonianza.

Da un pozzo all’altro

Ogni uomo ha sete e passa da un pozzo all’altro. Cerca appagamento nei molti beni del corpo e dello spirito; produce, consuma, possiede, accumula esperienze e rincorre impressioni sempre nuove. Tutto deve essere immediato. Eppure molti hanno la sensazione di correre senza una meta, riempiendosi di cose che, alla fine, risultano vuote.

Anche i rapporti umani si impoveriscono. Crescono l’anonimato e l’estraneità, gli incontri superficiali e strumentali, l’emarginazione dei più deboli, la conflittualità e la violenza. Tutto questo contrasta con l’anelito più profondo del cuore umano: amare ed essere amati.

La domanda, allora, è inevitabile. Cerchiamo soltanto qualcosa che ci offra un appagamento immediato, oppure un bene per il quale valga la pena lavorare, soffrire, purificarsi e donarsi a Dio attraverso il prossimo?

La logica degli empi

Il libro della Sapienza mette a nudo la logica di una mentalità materialistica. Nel secondo capitolo non è Dio a parlare e non è l’autore sacro a raccomandare un programma di vita: sono gli empi che «dicono fra loro sragionando». Poiché ritengono breve e triste la vita e pensano che tutto finisca con la morte, decidono di consumare avidamente i beni presenti. Il loro ragionamento passa dal piacere senza misura alla sopraffazione: la forza diventa regola della giustizia e il debole viene considerato inutile (Sap 2,1-20).

Questa è una logica coerente con le sue premesse, ma è una coerenza tragica. Se l’uomo viene dal nulla e torna nel nulla, se non esistono un Creatore, un giudizio e un fine eterno, allora il piacere, il possesso e la forza sembrano diventare gli unici criteri disponibili. La conseguenza non è la libertà, ma il dominio del più forte.

Il testo parla anche di usare le creature «con ardore giovanile». Occorre però evitare un equivoco. Quell’ardore appartiene al discorso degli empi: è la voracità di chi vuole consumare tutto prima della morte. Non coincide affatto con l’invito di Cristo a diventare come bambini.

Diventare come bambini

Quando Gesù afferma che, se non ci convertiremo e non diventeremo come bambini, non entreremo nel Regno dei cieli, egli stesso ne offre la chiave: «Chi dunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel Regno dei cieli» (Mt 18,3-4). Non elogia il capriccio, l’incoscienza o l’egoismo infantile. Indica la piccolezza, l’umiltà, la fiducia e la dipendenza filiale dal Padre.

È vero, tuttavia, che il peccatore può comportarsi come un figlio capriccioso: pretende, si allontana, consuma i doni ricevuti e si convince di poter bastare a se stesso. Quando cade, deve imparare ad alzare nuovamente le braccia verso il Padre, chiedere perdono e lasciarsi rialzare. Questa immagine, però, appartiene propriamente alla parabola del figlio prodigo (Lc 15,11-32), non al ragionamento degli empi nel libro della Sapienza.

Se abbiamo toccato il fondo, non dobbiamo disperare: la strada del ritorno rimane aperta. Ma non è obbligatorio toccarlo, il fondo; sarebbe meglio convertirsi prima.

Il ritorno non è un sentimento vago. Passa attraverso il pentimento, il proposito di una vita nuova, il sacramento della Confessione e l’Eucaristia ricevuta con le dovute disposizioni. La grazia non ci risparmia la verità su noi stessi; ci rende capaci di sostenerla senza fuggire.

La libertà e il bene

Possediamo un’acuta consapevolezza della nostra libertà. Ma la libertà non diventa forse sterile, se non persegue obiettivi degni dell’uomo? Non rischia di ridursi a un agitarsi senza direzione davanti alla morte? Per essere davvero liberi non dobbiamo cercare la verità e il bene?

Qui sorge una domanda: quali sono gli obiettivi degni dell’uomo? Una prima risposta è l’osservanza dei comandamenti. Ma perché dobbiamo osservarli? Perché Dio sarebbe un sovrano dispotico che dice: «Io comando e voi obbedite»?

Si potrebbe rispondere, con una certa ironia: certo, non abbiamo molta “libertà di scelta”, se vogliamo andare in Paradiso. Siamo realmente liberi di rifiutare Dio, ma non siamo liberi di riscrivere il bene e il male o di inventare una via alla beatitudine contraria alla nostra natura e al fine per il quale siamo stati creati. La libertà sceglie il cammino; non crea la destinazione.

Ogni comandamento può essere letto in tre dimensioni strettamente connesse. Vi è anzitutto il precetto immediato: «Non uccidere». Non togliere ingiustamente la vita. Vi è poi la sua profondità morale: non coltivare odio, non calunniare, non umiliare, non ferire deliberatamente l’altro nell’anima, non spingerlo al peccato mediante lo scandalo. Vi è infine il bene positivo custodito dal comandamento: proteggere, servire e promuovere la vita, perché la vita è amata da Dio.

Lo stesso vale per gli altri precetti. Il comandamento che proibisce il furto non tutela soltanto un oggetto: tutela la giustizia, la fatica e il diritto della persona su ciò che ha legittimamente acquisito. Dietro una cosa possono esserci ore di lavoro, sacrifici e responsabilità verso una famiglia. Il precetto della purezza non è un arbitrario divieto del corpo: custodisce la dignità della persona, la verità dell’amore e la fedeltà.

Anche le provocazioni e le vessazioni possiedono una responsabilità morale. Se una persona viene ferita ripetutamente e infine reagisce in modo ingiusto, la sua azione rimane ingiusta; tuttavia chi l’ha condotta sino a quel punto non può dichiararsi innocente e lavarsene le mani. Dio solo conosce perfettamente le coscienze e misura la responsabilità di ciascuno, ma il provocatore risponderà del male compiuto e dell’eventuale scandalo causato.

I comandamenti, dunque, non sono soltanto recinti. Sono anche indicazioni di ciò che Dio ama e ci affida.

Ciò che la scienza non può misurare

Nutriamo giustamente un’alta considerazione per le scienze, che accrescono il nostro dominio sui fenomeni naturali e sociali. Ma possono esse indicare anche il fine verso il quale deve essere orientato il potere che ci mettono nelle mani?

La scienza può descrivere ciò che accade, formulare modelli, misurare fenomeni e costruire strumenti. Non può, con il proprio metodo sperimentale, stabilire da sola perché sia bene usare un potere in un modo anziché in un altro, quale sia il fine ultimo dell’uomo o perché una persona possieda una dignità che non può essere calcolata.

Sarebbe ragionevole prestare attenzione soltanto a ciò che possiamo vedere, toccare, calcolare e controllare sperimentalmente? Se lo facessimo, lasceremmo fuori la fiducia, l’amore, la bellezza, la bontà e la gioia: proprio ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Anche Dio non può essere ridotto a un oggetto da collocare sotto una lente o dentro un esperimento. Ordinariamente non lo vediamo né lo tocchiamo con i sensi e non possiamo sottoporlo a una verifica di laboratorio. Possiamo però conoscerne l’esistenza mediante la ragione, ricevere la sua Rivelazione nella fede, parlargli nella preghiera e incontrarlo realmente nella vita sacramentale.

Escludere tutto ciò che non è misurabile non sarebbe razionalità: sarebbe una riduzione arbitraria della realtà.

Le grandi domande e la risposta cattolica

Occorre allora liberarci dai pregiudizi e dal conformismo, essere sinceri con noi stessi e prendere sul serio le domande fondamentali:

Chi sono? Da dove vengo? Dove sto andando? La realtà è assurda oppure intelligibile? La vita è un dono, un destino cieco o un caso? Perché porto dentro di me una sete che nessuna conquista riesce a estinguere? Che cosa posso sperare e che cosa devo fare?

Queste domande non sono assurde. Assurdo sarebbe porle, girarvi attorno e poi lasciarle sospese come se la Rivelazione cristiana non avesse consegnato alcuna risposta.

Se venissi dal nulla e fossi destinato al nulla, non vi sarebbe alcuna speranza ultima. Se invece sono stato creato dall’amore di Dio e sono chiamato alla comunione eterna con lui, mi si apre davanti un cammino esigente, ma pieno di significato.

Qui la sintesi attribuita al Catechismo di san Pio X possiede una limpidezza che molte pagine di filosofia non riescono a raggiungere:

Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell’altra in Paradiso.

Questa risposta non cancella le grandi domande: le raccoglie, le ordina e ne mostra l’unità.

Chi sono? Sono una creatura umana, composta di anima e corpo, fatta a immagine e somiglianza di Dio, capace di conoscerlo e amarlo. Mediante il Battesimo e la grazia sono divenuto figlio adottivo di Dio in Cristo. Non sono Dio e non possiedo l’esistenza da me stesso: l’ho ricevuta.

Da dove vengo? Vengo dall’atto creatore e dall’amore gratuito di Dio. Non esistevo personalmente nell’eternità e la mia anima non preesisteva al corpo; sono stato, però, eternamente conosciuto e voluto da Dio. Prima che io potessi pronunciare il suo nome, egli già conosceva il mio.

Dove sto andando? Verso la morte, il giudizio e l’eternità. Sono chiamato a godere di Dio insieme con gli Angeli e i Santi, non per un diritto conquistato con le sole mie forze, ma per la grazia di Cristo accolta nella fede, vissuta nei sacramenti e resa operante nella carità. La possibilità del rifiuto rimane reale: proprio per questo la vita e la libertà sono terribilmente serie.

La realtà è intelligibile? Sì, perché proviene dal Logos, dalla Sapienza divina. Non significa che possiamo comprenderne ogni mistero, ma che non siamo immersi in un assurdo privo di fondamento.

La vita è un caso o un destino cieco? Si dice scherzosamente che “caso” sia l’anagramma di “caos”. Naturalmente un gioco di parole non è una dimostrazione. La risposta cristiana è più profonda: il caso non è una causa creatrice e la Provvidenza non è fatalismo. Siamo creature libere, poste dentro una storia conosciuta e governata da Dio senza che la nostra libertà venga annullata.

Come posso amare e servire Dio? Non soltanto mediante parole rivolte al cielo. Cristo ha legato l’amore per Dio all’amore del prossimo. Non possiamo affermare di servire il Dio che non vediamo mentre disprezziamo la persona che vediamo davanti a noi. Il prossimo non sostituisce Dio, ma è il luogo concreto nel quale la nostra carità viene provata.

La vita è un dono

La prima parola, allora, è quella giusta: la vita è un dono.

Dio non ci ha creati perché avesse bisogno di noi. Egli è infinitamente perfetto e beato in se stesso; è la pienezza dell’essere e l’Amore sussistente. Nulla possiamo aggiungere alla sua perfezione. Ci ha creati liberamente per manifestare la sua bontà, comunicarci il suo amore e renderci partecipi della sua vita e della sua beatitudine.

Il nostro amore non completa Dio: completa noi. Nel conoscerlo, amarlo e servirlo diventiamo ciò per cui siamo stati creati.

La Samaritana era andata al pozzo per un’acqua che avrebbe dovuto cercare nuovamente il giorno seguente. Ne è tornata avendo incontrato colui che poteva dare un senso nuovo a tutta la sua vita. Anche noi continuiamo spesso a passare da un pozzo all’altro. Cristo non disprezza le nostre seti finite, ma le porta alla luce per mostrarci quella più profonda.

«Chi ha sete venga; chi vuole, attinga gratuitamente l’acqua della vita» (Ap 22,17).

Fratelli e sorelle, il nostro fine non è vagare senza meta, accumulare cose o consumare il tempo che ci è stato affidato. Siamo stati creati per conoscere Dio, amarlo e servirlo in questa vita, così da goderlo eternamente nell’altra.

Siano sempre lodati Gesù Cristo e Maria. Dio vi benedica e la Santa Vergine vi protegga.

Ave Maria.


Riferimenti essenziali

Sacra Scrittura: Gv 4,5-42; Sap 2,1-20; Mt 13,44-46; Mt 18,1-5; Lc 15,11-32; Ap 22,17.

Catechismo maggiore di san Pio X: domande 23-24, 49-55 e 347-349.

La formula sul fine dell’uomo è citata testualmente da san Giovanni XXIII nell’udienza generale del 18 novembre 1959: https://www.vatican.va/content/john-xxiii/it/audiences/documents/hf_j-xxiii_aud_19591118.html.

Le grandi domande: chi sono, da dove vengo, dove sto andando?

Prima catechesi del percorso settimanale della Compagnia Apostolica di Sant’Ignazio, appartenente all’Antica Chiesa Cattolica d’Italia e del Mondo.

Laudentur Iesus et Maria. Semper laudentur.

Fratelli amati, con questa riflessione comincia un percorso settimanale dedicato ai fondamenti della fede cristiana cattolica. Assumeremo come traccia il catechismo La verità vi farà liberi, pubblicato nella stagione postconciliare, ma non lo accoglieremo in maniera acritica. Lo leggeremo alla luce della Sacra Scrittura, della Tradizione, del Magistero cattolico e della limpida sintesi del Catechismo maggiore di san Pio X, integrandolo e correggendolo quando sarà necessario.

La nostra posizione è chiara. Il Concilio Vaticano II e, soprattutto, le successive riforme liturgiche, catechetiche e canoniche hanno prodotto una profonda cesura nella vita cattolica. Noi, pur servendoci di un linguaggio comprensibile all’uomo contemporaneo, intendiamo rimanere saldi nella dottrina e nella Tradizione ricevute. Un linguaggio nuovo può essere utile; una fede nuova non lo sarebbe.

Cominciamo, dunque, dalle grandi domande che ogni uomo porta dentro di sé: chi sono? Da dove vengo? Dove sto andando? Che cosa faccio qui? Per affrontarle dobbiamo avvicinarci al pozzo di Sicar e incontrare la donna samaritana.

Una donna, un pozzo e una sete diversa

Una donna di Samaria si reca al pozzo per attingere acqua. È mossa da una necessità concreta e quotidiana, ma proprio lì incontra Gesù di Nazaret. È il Signore ad avviare il dialogo. La donna risponde dapprima con ironia e apparente sicurezza, ma Cristo conosce il suo cuore e, parola dopo parola, fa vacillare quella sicurezza.

Gesù porta alla luce una sete diversa, nascosta nel profondo: una sete per la quale non basta l’acqua del pozzo. Mette la donna davanti alla verità della sua vita, anche davanti al suo disordine. Ella ne rimane colpita e tenta di deviare il discorso, perché non ha ancora compreso chi le stia parlando. Cristo, però, non la umilia e non l’abbandona. Le prospetta un rapporto nuovo con Dio, «in spirito e verità», e infine si rivela a lei come il Messia atteso, l’unico capace di donare l’acqua che disseta per sempre (Gv 4,5-42).

La donna lascia la brocca, corre verso la città e chiama i suoi concittadini: «Venite a vedere». Ha intuito di avere trovato ciò che, forse senza saperlo, cercava da sempre.

La Samaritana ci rappresenta. Anche noi, quando la verità ci pone davanti al disordine della nostra vita, possiamo fuggire oppure fermarci, riconoscerlo e cominciare a lavorare su noi stessi.

Ricordo un mio conoscente che era solito compiere pellegrinaggi e lunghi cammini: Santiago di Compostela, la Via Francigena e altri itinerari. Un giorno gli dissi: «È bello ciò che fai, ma permettimi una domanda: sai che, se continui a scappare da te stesso, potrai andare dovunque, ma porterai sempre te stesso con te?». Non è il fuggire dalla propria vita che cambia una persona. Occorre prendere coscienza di ciò che si è e consentire a Dio di lavorare proprio lì.

Rimase in silenzio. Non so quale effetto abbiano avuto quelle parole, ma spero che un piccolo seme sia entrato nel suo cuore.

Possiamo attraversare città, santuari e continenti; alla sera, però, rimaniamo con noi stessi. La fuga cambia il paesaggio, non necessariamente il cuore.

Quando troviamo qualcosa di prezioso

Quando la Samaritana comprende di avere trovato qualcosa di grande, corre a condividerlo. È la stessa gioia evocata da due brevi parabole di Gesù: quella del tesoro nascosto in un campo e quella della perla di grande valore (Mt 13,44-46). Sono immagini distinte, ma entrambe parlano di una scoperta davanti alla quale tutto il resto viene ricollocato al suo giusto posto.

Quando finalmente troviamo una strada, vorremmo indicarla a tutti. Questo desiderio è buono, ma non basta avere una cosa buona da comunicare: occorre comunicarla bene. Una frase ricevuta anni fa mi è rimasta scolpita nel cuore:

Il bene deve essere fatto bene.

Ciò che è stato una luce per noi non può essere imposto agli altri senza prudenza, carità e rispetto dei loro tempi. Condividere la fede è cosa santa; farlo male può trasformare un annuncio in una pressione e lasciare dietro di sé solitudine, incomprensione e ferite. La verità non ha bisogno della nostra prepotenza, ma della nostra testimonianza.

Da un pozzo all’altro

Ogni uomo ha sete e passa da un pozzo all’altro. Cerca appagamento nei molti beni del corpo e dello spirito; produce, consuma, possiede, accumula esperienze e rincorre impressioni sempre nuove. Tutto deve essere immediato. Eppure molti hanno la sensazione di correre senza una meta, riempiendosi di cose che, alla fine, risultano vuote.

Anche i rapporti umani si impoveriscono. Crescono l’anonimato e l’estraneità, gli incontri superficiali e strumentali, l’emarginazione dei più deboli, la conflittualità e la violenza. Tutto questo contrasta con l’anelito più profondo del cuore umano: amare ed essere amati.

La domanda, allora, è inevitabile. Cerchiamo soltanto qualcosa che ci offra un appagamento immediato, oppure un bene per il quale valga la pena lavorare, soffrire, purificarsi e donarsi a Dio attraverso il prossimo?

La logica degli empi

Il libro della Sapienza mette a nudo la logica di una mentalità materialistica. Nel secondo capitolo non è Dio a parlare e non è l’autore sacro a raccomandare un programma di vita: sono gli empi che «dicono fra loro sragionando». Poiché ritengono breve e triste la vita e pensano che tutto finisca con la morte, decidono di consumare avidamente i beni presenti. Il loro ragionamento passa dal piacere senza misura alla sopraffazione: la forza diventa regola della giustizia e il debole viene considerato inutile (Sap 2,1-20).

Questa è una logica coerente con le sue premesse, ma è una coerenza tragica. Se l’uomo viene dal nulla e torna nel nulla, se non esistono un Creatore, un giudizio e un fine eterno, allora il piacere, il possesso e la forza sembrano diventare gli unici criteri disponibili. La conseguenza non è la libertà, ma il dominio del più forte.

Il testo parla anche di usare le creature «con ardore giovanile». Occorre però evitare un equivoco. Quell’ardore appartiene al discorso degli empi: è la voracità di chi vuole consumare tutto prima della morte. Non coincide affatto con l’invito di Cristo a diventare come bambini.

Diventare come bambini

Quando Gesù afferma che, se non ci convertiremo e non diventeremo come bambini, non entreremo nel Regno dei cieli, egli stesso ne offre la chiave: «Chi dunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel Regno dei cieli» (Mt 18,3-4). Non elogia il capriccio, l’incoscienza o l’egoismo infantile. Indica la piccolezza, l’umiltà, la fiducia e la dipendenza filiale dal Padre.

È vero, tuttavia, che il peccatore può comportarsi come un figlio capriccioso: pretende, si allontana, consuma i doni ricevuti e si convince di poter bastare a se stesso. Quando cade, deve imparare ad alzare nuovamente le braccia verso il Padre, chiedere perdono e lasciarsi rialzare. Questa immagine, però, appartiene propriamente alla parabola del figlio prodigo (Lc 15,11-32), non al ragionamento degli empi nel libro della Sapienza.

Se abbiamo toccato il fondo, non dobbiamo disperare: la strada del ritorno rimane aperta. Ma non è obbligatorio toccarlo, il fondo; sarebbe meglio convertirsi prima.

Il ritorno non è un sentimento vago. Passa attraverso il pentimento, il proposito di una vita nuova, il sacramento della Confessione e l’Eucaristia ricevuta con le dovute disposizioni. La grazia non ci risparmia la verità su noi stessi; ci rende capaci di sostenerla senza fuggire.

La libertà e il bene

Possediamo un’acuta consapevolezza della nostra libertà. Ma la libertà non diventa forse sterile, se non persegue obiettivi degni dell’uomo? Non rischia di ridursi a un agitarsi senza direzione davanti alla morte? Per essere davvero liberi non dobbiamo cercare la verità e il bene?

Qui sorge una domanda: quali sono gli obiettivi degni dell’uomo? Una prima risposta è l’osservanza dei comandamenti. Ma perché dobbiamo osservarli? Perché Dio sarebbe un sovrano dispotico che dice: «Io comando e voi obbedite»?

Si potrebbe rispondere, con una certa ironia: certo, non abbiamo molta “libertà di scelta”, se vogliamo andare in Paradiso. Siamo realmente liberi di rifiutare Dio, ma non siamo liberi di riscrivere il bene e il male o di inventare una via alla beatitudine contraria alla nostra natura e al fine per il quale siamo stati creati. La libertà sceglie il cammino; non crea la destinazione.

Ogni comandamento può essere letto in tre dimensioni strettamente connesse. Vi è anzitutto il precetto immediato: «Non uccidere». Non togliere ingiustamente la vita. Vi è poi la sua profondità morale: non coltivare odio, non calunniare, non umiliare, non ferire deliberatamente l’altro nell’anima, non spingerlo al peccato mediante lo scandalo. Vi è infine il bene positivo custodito dal comandamento: proteggere, servire e promuovere la vita, perché la vita è amata da Dio.

Lo stesso vale per gli altri precetti. Il comandamento che proibisce il furto non tutela soltanto un oggetto: tutela la giustizia, la fatica e il diritto della persona su ciò che ha legittimamente acquisito. Dietro una cosa possono esserci ore di lavoro, sacrifici e responsabilità verso una famiglia. Il precetto della purezza non è un arbitrario divieto del corpo: custodisce la dignità della persona, la verità dell’amore e la fedeltà.

Anche le provocazioni e le vessazioni possiedono una responsabilità morale. Se una persona viene ferita ripetutamente e infine reagisce in modo ingiusto, la sua azione rimane ingiusta; tuttavia chi l’ha condotta sino a quel punto non può dichiararsi innocente e lavarsene le mani. Dio solo conosce perfettamente le coscienze e misura la responsabilità di ciascuno, ma il provocatore risponderà del male compiuto e dell’eventuale scandalo causato.

I comandamenti, dunque, non sono soltanto recinti. Sono anche indicazioni di ciò che Dio ama e ci affida.

Ciò che la scienza non può misurare

Nutriamo giustamente un’alta considerazione per le scienze, che accrescono il nostro dominio sui fenomeni naturali e sociali. Ma possono esse indicare anche il fine verso il quale deve essere orientato il potere che ci mettono nelle mani?

La scienza può descrivere ciò che accade, formulare modelli, misurare fenomeni e costruire strumenti. Non può, con il proprio metodo sperimentale, stabilire da sola perché sia bene usare un potere in un modo anziché in un altro, quale sia il fine ultimo dell’uomo o perché una persona possieda una dignità che non può essere calcolata.

Sarebbe ragionevole prestare attenzione soltanto a ciò che possiamo vedere, toccare, calcolare e controllare sperimentalmente? Se lo facessimo, lasceremmo fuori la fiducia, l’amore, la bellezza, la bontà e la gioia: proprio ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Anche Dio non può essere ridotto a un oggetto da collocare sotto una lente o dentro un esperimento. Ordinariamente non lo vediamo né lo tocchiamo con i sensi e non possiamo sottoporlo a una verifica di laboratorio. Possiamo però conoscerne l’esistenza mediante la ragione, ricevere la sua Rivelazione nella fede, parlargli nella preghiera e incontrarlo realmente nella vita sacramentale.

Escludere tutto ciò che non è misurabile non sarebbe razionalità: sarebbe una riduzione arbitraria della realtà.

Le grandi domande e la risposta cattolica

Occorre allora liberarci dai pregiudizi e dal conformismo, essere sinceri con noi stessi e prendere sul serio le domande fondamentali:

Chi sono? Da dove vengo? Dove sto andando? La realtà è assurda oppure intelligibile? La vita è un dono, un destino cieco o un caso? Perché porto dentro di me una sete che nessuna conquista riesce a estinguere? Che cosa posso sperare e che cosa devo fare?

Queste domande non sono assurde. Assurdo sarebbe porle, girarvi attorno e poi lasciarle sospese come se la Rivelazione cristiana non avesse consegnato alcuna risposta.

Se venissi dal nulla e fossi destinato al nulla, non vi sarebbe alcuna speranza ultima. Se invece sono stato creato dall’amore di Dio e sono chiamato alla comunione eterna con lui, mi si apre davanti un cammino esigente, ma pieno di significato.

Qui la sintesi attribuita al Catechismo di san Pio X possiede una limpidezza che molte pagine di filosofia non riescono a raggiungere:

Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell’altra in Paradiso.

Questa risposta non cancella le grandi domande: le raccoglie, le ordina e ne mostra l’unità.

Chi sono? Sono una creatura umana, composta di anima e corpo, fatta a immagine e somiglianza di Dio, capace di conoscerlo e amarlo. Mediante il Battesimo e la grazia sono divenuto figlio adottivo di Dio in Cristo. Non sono Dio e non possiedo l’esistenza da me stesso: l’ho ricevuta.

Da dove vengo? Vengo dall’atto creatore e dall’amore gratuito di Dio. Non esistevo personalmente nell’eternità e la mia anima non preesisteva al corpo; sono stato, però, eternamente conosciuto e voluto da Dio. Prima che io potessi pronunciare il suo nome, egli già conosceva il mio.

Dove sto andando? Verso la morte, il giudizio e l’eternità. Sono chiamato a godere di Dio insieme con gli Angeli e i Santi, non per un diritto conquistato con le sole mie forze, ma per la grazia di Cristo accolta nella fede, vissuta nei sacramenti e resa operante nella carità. La possibilità del rifiuto rimane reale: proprio per questo la vita e la libertà sono terribilmente serie.

La realtà è intelligibile? Sì, perché proviene dal Logos, dalla Sapienza divina. Non significa che possiamo comprenderne ogni mistero, ma che non siamo immersi in un assurdo privo di fondamento.

La vita è un caso o un destino cieco? Si dice scherzosamente che “caso” sia l’anagramma di “caos”. Naturalmente un gioco di parole non è una dimostrazione. La risposta cristiana è più profonda: il caso non è una causa creatrice e la Provvidenza non è fatalismo. Siamo creature libere, poste dentro una storia conosciuta e governata da Dio senza che la nostra libertà venga annullata.

Come posso amare e servire Dio? Non soltanto mediante parole rivolte al cielo. Cristo ha legato l’amore per Dio all’amore del prossimo. Non possiamo affermare di servire il Dio che non vediamo mentre disprezziamo la persona che vediamo davanti a noi. Il prossimo non sostituisce Dio, ma è il luogo concreto nel quale la nostra carità viene provata.

La vita è un dono

La prima parola, allora, è quella giusta: la vita è un dono.

Dio non ci ha creati perché avesse bisogno di noi. Egli è infinitamente perfetto e beato in se stesso; è la pienezza dell’essere e l’Amore sussistente. Nulla possiamo aggiungere alla sua perfezione. Ci ha creati liberamente per manifestare la sua bontà, comunicarci il suo amore e renderci partecipi della sua vita e della sua beatitudine.

Il nostro amore non completa Dio: completa noi. Nel conoscerlo, amarlo e servirlo diventiamo ciò per cui siamo stati creati.

La Samaritana era andata al pozzo per un’acqua che avrebbe dovuto cercare nuovamente il giorno seguente. Ne è tornata avendo incontrato colui che poteva dare un senso nuovo a tutta la sua vita. Anche noi continuiamo spesso a passare da un pozzo all’altro. Cristo non disprezza le nostre seti finite, ma le porta alla luce per mostrarci quella più profonda.

«Chi ha sete venga; chi vuole, attinga gratuitamente l’acqua della vita» (Ap 22,17).

Fratelli e sorelle, il nostro fine non è vagare senza meta, accumulare cose o consumare il tempo che ci è stato affidato. Siamo stati creati per conoscere Dio, amarlo e servirlo in questa vita, così da goderlo eternamente nell’altra.

Siano sempre lodati Gesù Cristo e Maria. Dio vi benedica e la Santa Vergine vi protegga.

Ave Maria.


Riferimenti essenziali

Sacra Scrittura: Gv 4,5-42; Sap 2,1-20; Mt 13,44-46; Mt 18,1-5; Lc 15,11-32; Ap 22,17.

Catechismo maggiore di san Pio X: domande 23-24, 49-55 e 347-349.

La formula sul fine dell’uomo è citata testualmente da san Giovanni XXIII nell’udienza generale del 18 novembre 1959: https://www.vatican.va/content/john-xxiii/it/audiences/documents/hf_j-xxiii_aud_19591118.html.