Pillole

Cari fratelli in Cristo, dopo gli accadimenti ed i messaggi di ieri sera, ho voluto integrare la pillola sull’obbedienza.

tutti dicono di voler ascoltare Dio, è facile.
Dio è invisibile. Non ci interrompe mentre parliamo. Non ci guarda negli occhi mentre contraddice i nostri progetti. Non ci ferma fisicamente quando prendiamo la strada sbagliata.
Per questo molti affermano: «Io obbedisco soltanto a Dio».
Ma spesso non stanno obbedendo a Dio.
Stanno obbedendo a se stessi.
Abbiamo visto che obbedire significa ob-audire: porgere l’orecchio, accogliere una parola, permetterle di raggiungere l’intelligenza, convertire la volontà e diventare azione.
Ma Dio non ci educa soltanto attraverso illuminazioni interiori. Egli ci pone davanti persone reali: pastori, superiori, maestri, padri spirituali, uomini ai quali affida una responsabilità concreta nel nostro cammino.
Persone con una voce che può infastidirci.
Con limiti che possiamo vedere.
Con un carattere che forse non avremmo scelto.
Ed è proprio qui che l’obbedienza diventa difficile.
Perché ascoltare un Dio invisibile può lasciarci intatti. Ascoltare una mediazione concreta ci costringe a uscire da noi stessi. Spesso il problema non è che manchi una guida. Il problema è che desideriamo una guida che dica soltanto ciò che abbiamo già deciso.
Una guida che ci confermi.
Che benedica i nostri progetti.
Che chiami discernimento la nostra ostinazione.
Che chiami coscienza il nostro orgoglio.
Ma chi accetta un maestro soltanto quando è d’accordo con lui non ha un maestro, ha uno specchio.
Eppure, quale vero maestro non è disposto a spiegare a chi non riesce a obbedire?
Il maestro autentico non umilia chi domanda. Non considera ogni difficoltà una ribellione. Non pretende che una parola confusa venga eseguita come se fosse chiara. Ascolta, chiarisce, accompagna, corregge e, quando necessario, ripete.
Ma giunge un momento in cui bisogna porre una domanda:

Perché non riusciamo a obbedire?

Perché non abbiamo compreso?
Perché non sappiamo concretamente che cosa fare?
Perché la nostra coscienza ci pone una difficoltà reale, che deve essere ascoltata e chiarita?

OPPURE

perché abbiamo compreso benissimo, ma ciò che ci viene chiesto ferisce il nostro orgoglio, limita ciò che credevamo fosse la nostra libertà e contraddice quello che avevamo già deciso?
Talvolta diciamo: «Non comprendo», ma intendiamo: «Non accetto».
Diciamo: «Devo discernere», ma aspettiamo soltanto che la volontà di chi ci guida coincida con la nostra.
Diciamo: «Obbedisco a Dio», perché non vogliamo obbedire a nessuno degli uomini attraverso i quali Dio ha scelto di educarci.
Non ogni autorità è infallibile. Nessun uomo prende il posto di Dio. Nessun superiore può comandare il peccato o esigere il tradimento della verità. Quando l’uomo ordina ciò che Dio proibisce, disobbedire all’uomo significa obbedire a Dio.
Ma non trasformiamo questa verità in un alibi.
Non ogni comando è abuso.
Non ogni correzione è persecuzione.
Non ogni disagio è violenza.
Non ogni resistenza nasce da una coscienza illuminata.
Talvolta nasce semplicemente dal fatto che non vogliamo essere guidati.
E allora la domanda diventa inevitabile:
Chi volete dunque essere?
Cristo nel Getsemani, che davanti alla Passione è preso dall’angoscia fino a sudare sangue, ma dice al Padre: «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà», e va incontro alla Croce e a una morte atroce?
Pietro, che per paura rinnega il Maestro, fugge e cade, ma poi piange amaramente, ritorna e si lascia perdonare?
Oppure Giuda, che tradisce Cristo, comprende la gravità del proprio gesto, si chiude alla misericordia e, consegnandosi alla disperazione, si impicca?
Cristo soffre e obbedisce.
Pietro cade, ma ritorna.
Giuda cade, dispera e si impicca.
Non ci viene chiesto di non provare paura, fatica o resistenza. Non ci viene chiesto di essere creature prive di volontà.
Ci viene chiesto che cosa faremo dopo.
Lasceremo che la parola ricevuta trasformi la nostra volontà?
Ritorneremo dopo essere caduti?
Oppure renderemo definitiva la nostra ribellione, fino a non credere più possibile una strada di ritorno?

Esiste anche una ferita propria di chi riceve da Dio il compito di guidare: offrire fiducia, pazienza, bontà e misericordia, per poi vedere questi doni scambiati per debolezza.
Quando ciò accade, chi guida può arrivare a pentirsi di essere stato buono. Può desiderare di non usare più parole dolci, di non concedere più fiducia, di diventare duro, distante, temuto.
Eppure la bontà non è stata l’errore.
L’errore è stato di chi l’ha ricevuta senza lasciarsene convertire.

Cristo lavò i piedi anche a Giuda. Il tradimento di Giuda non rese sbagliata la carità di Cristo.
La misericordia non diventa falsa perché qualcuno ne abusa.
La fiducia non diventa una colpa perché qualcuno la tradisce.
L’amore non diventa stoltezza perché qualcuno non sa ricambiarlo.
Ma la bontà deve essere unita alla giustizia. Il padre perdona, ma corregge. Il maestro spiega, ma poi attende che il discepolo impari. Il pastore cerca la pecora smarrita, ma non chiama retta la strada sulla quale essa si è perduta.

Perciò chi guida non deve pentirsi di aver amato.
Deve purificare il proprio amore.
Renderlo forte.
Unirlo alla verità.
Dargli il coraggio della correzione e, quando necessario, della decisione.
La dolcezza senza verità diventa debolezza.
La durezza senza amore diventa crudeltà.

L’autorità cristiana non deve scegliere tra il cuore e la fermezza. Deve possedere un cuore abbastanza forte da correggere e una fermezza abbastanza santa da non smettere di amare.
La misericordia non è stata sconfitta.
È stata tradita.
E ciò che è stato tradito non deve essere rinnegato. Deve essere rialzato, custodito e reso più vero.
Cristo non cessò di amare perché Giuda lo tradì.
Non cessò di chiamare Pietro perché Pietro lo rinnegò.
Non scese dalla Croce perché gli uomini avevano scambiato la sua bontà per debolezza.
Rimase.
Amò.
Corresse.
Perdonò.
E vinse.
Il vero maestro deve essere pronto a spiegare.
Il vero discepolo deve essere pronto a comprendere.
Ma, ricevuta la spiegazione, entrambi devono sapere che comprendere la volontà di Dio non serve a nulla, se non siamo disposti a lasciarle cambiare la nostra.

Questo significa ob-audire.
Questa è la scuola di Cristo.