Portare sull’altare ciò che non possiamo trattenere
Una breve riflessione di fede, dottrina e vita spirituale proposta ai lettori di Traditio.
Pillole
Cari fratelli in Cristo,
esistono persone che abbiamo amato profondamente e che, tuttavia, non ci è stato concesso di accompagnare nel modo in cui avevamo sperato.
Non ogni amore trova compimento nella forma desiderata. Non ogni attesa conduce alla vita immaginata. Talvolta le strade si separano, le promesse non vengono pronunciate e ciò che avremmo voluto custodire accanto a noi ci viene sottratto dal corso della vita.
Ma l’amore cristiano non è necessariamente condannato a trasformarsi in possesso, amarezza o rimpianto.
Può diventare offerta.
Ciò che non possiamo portare con noi nella vita possiamo portarlo davanti a Dio. Possiamo affidarlo alla preghiera, consegnarlo al Sacrificio di Cristo e chiedere che venga custodito da mani più forti delle nostre.
Portare qualcuno sull’altare non significa reclamarlo segretamente per sé. Non significa rivestire di parole religiose un desiderio di possesso. Significa accettare di non poter essere noi la sua salvezza e domandare a Dio di donargli ciò che noi non potremmo mai offrire pienamente: la grazia, la luce, la pace e la vita eterna.
Nel Sacrificio eucaristico, ogni amore umano può essere purificato. Il desiderio può diventare intercessione. L’attesa può diventare offerta. La memoria può smettere di essere una catena e diventare una presenza custodita nella preghiera.
Amare in Cristo non significa amare meno. Significa amare senza impossessarsi, ricordare senza trattenere, custodire senza imprigionare.
Anche chi non appartiene più alla nostra vita può continuare ad avere un posto nella nostra preghiera. Non perché rimanga nostro, ma perché sia di Dio.
Il vero amore non dice soltanto: «Resta con me».
Talvolta trova la forza di dire:
«Non posso portarti con me nella vita, ma continuerò a portarti davanti a Dio».